ieri, serata conclusiva con i ragazzi inviati dal Centro Missionario: racconti, saluti… e una domanda interessante: come impostate il vostro lavoro di promozione umana ed evangelizzazione? é possibile cambiare le cose senza “occidentalizzare a tutti i costi” ? é possibile introdurre alcuni valori senza stravolgere la loro cultura?… in paratica cosa fate? Domanda intelligente a cui é difficile rispondere con altrettanta intelligenza, o meglio regole e risposte confezionate non ne abbiamo. Questa mattina peró, ripensando al quesito, mi sono ricordata di una piccola cosa, non una risposta col fiocchetto ma un contributo alla riflessione. Ricordo che in un campo di lavoro a Sarajevo con i gesuiti, incontrai una ragazza che mi disse “vedi, io mi rendo conto della bellezza e di quanto vale il mio paese solo atraverso il tempo e la passione che spendete voi!”. Se la nostra presenza e il nostro lavoro raggiungesse l’obiettivo di destare o corroborare passione e cura giá sarebbe qualcosa.
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Agosto… tranquillitá non ti conosco!
08.16
rileggevo i post dell’agosto scorso… non c’é che dire, qui in casa agosto é sempre il mese piú “denso” e frizzante. La coincidenza con le ferie italiane fa’ sí che la casa si riempia di visite, volti, storie di amici, turisti, volontari… pranzi e cene in 15, caffé e merende per chi passa per un salutino e una chiacchierata! Faticoso? un poco ( quest’anno meno…¿che io stia diventando piú elastica?!??), bello?… indubbiamente! Quest’anno, data la presenza di un piccolo gruppetto di ragazze inviate dall’ufficio missionario, quello che piú mi affascina é l’ncontro con i tanti giovani: piú o meno curiosi, piú o meno in ricerca, piú o meno informati sulle tematiche di “missio-mondialitá”. Mi rivedo nel 2000 in Ecuador, digiuna da qualsiasi informazione seria nel tema, affascinata dalle bellezze naturali e da una cultura “altra”, amareggiata e indignata per la povertá le ingiustizie, incantata dal lavoro e dalla persona di P.Attilio o di Suor Bea, mi sembravano mostri di santitá e impegno… Quante cose sono cambiate, oggi, nonostante le mie piccolezze e la tanta strada da percorrere, mi ritrovo dall’altra parte… e…. “Aiuto, non sono mica alla loro altezza!!” … allora non posso ignorare quel senso di responsabilitá che tra un piatto di pasta, un caffé da condividere e una visita da organizzare mi si impianta nel cervello: cosa dico a questi ragazzi? che testimonianza stiamo offrendo? Come posso contribuire a che questa esperienza non sia solo una bella e strana vacanza ma possa trasformarsi in un “tarlo” al loro rientro? Sobrietá felice, informarsi, consumo critico… cosa significano queste parole nella mia vita prima che nella chiacchiera con i ragazzi? Riesco a far sí e a comunicare che queste non rispondono solo a una necessitá etica ma che nascono da un piccolo e infedele tentativo di rispondere sí all’invito del Maestro a costruire il Suo Regno?… Appunto: agosto, tranquillitá non ti conosco e non solo perché la gestione di casa si fa piú complessa (… ma com’é possibile che sia ancora finito il pane!!!) ma perché fortunatamente l’incontro con l’altro risveglia pensieri e tarli che mi aiutano a non sedermi!
P.S… e in tutto questo brulicare di gente e di vita Emanuele e Irene “sguazzano” felici impartendo lezioni di geografia boliviana e spagnolo! suerte!!
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progettini, delusioni e tarli…
05.20
Da oggi pomeriggio, dopo una visita ad un ragazzo disabile che sto seguendo, continuo a pensare al mio lavoro. L’idea che pian piano avevo costruito rispetto al mio compito, era quella di entrare nelle case, conoscere ragazzi e familiari, accompagnarli affinché abbiano una diagnosi certa e poi scegliere con loro quale centro di riabilitazione sia il piú adatto; un “progettino” ben confezionato!! Accompagno JJ, grave cerebroleso di 16 anni, da un anno, visito la familia, e all’inizio la sua situazione mi sconvolge… tutto il giorno in un letto, spesso solo mentre i suoi sono al lavoro, niente medicine, niente fisioterapia… niente!! Applico bene il mio progettino, ma alla fine scopro che un centro diurno per disabili “gravi e grandi” in Cochabamba non c’é. Convinco un centro dove lavoro a farsene carico, convinco la famiglia a portare JJ al centro…. e dopo 6 mesi tutto fallisce: il centro non riesce a gestirlo e la famiglia non ne capisce l’utilitá… “non é guarito(?!)”. Il fallimento mi ha deluso, mi sono “arrabbiata” con la famiglia. A distanza di tempo ogni tanto passo a visitare JJ, come oggi pomeriggio. Oggi peró il mio sguardo “severo e deluso” é cambiato: JJ é sempre abbastanza pulito (non tutti i ragazzi che vanno al centro lo sono), la pelle é idratata, nonostante tutto non ha una lesione da decubito o una infezione… la famiglia, a modo suo, se ne fa carico! Forse tutto il resto sono esigenze mie, legittime, credo, ma mie… e allora.?.. ecco il tarlo che si insinua: cosa proporre, come aiutare??… adesso si va a nanna e domani si rinizia a lavorare! – Elisa-
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Partiamo…
01.11
Gennaio 2010, si parte, destinazione Cochabamba… <<finalmente!>> dirà chi ha seguito il nostro tortuoso percorso fin dall’inizio, altri, più stupiti o perplessi, si staranno chiedendo dov’è e perché. A chi ha condiviso, a chi non condivide, a chi vorrà condividere scriviamo questa lettera.
Il nostro interesse per l’ambito della mondialità e della missionarietà è nato quasi 10 anni fa in seguito al primo cammino di Sichem, propostoci da Don Paolo, che ci ha portato nel 2000 fino ad un viaggio di conoscenza in Ecuador… ancora sono vivi il ricordo della vertigine del primo incontro con un mondo così altro dal nostro ma anche l’amarezza nel vedere povertà e degrado sentendone tutta l’ingiustizia! Emozioni forti tipiche dei 20 anni che però hanno avuto l’indiscusso merito di lasciare in noi un desiderio (vocazione?!) di incontro con altre culture e una sana voglia di capire come nel nostro poco poter contribuire a cambiare le cose.
Ecco quindi i vari viaggi più o meno di lavoro o conoscenza (Bosnia, Senegal, Perù), l’impegno nel “KemKogi” (www.kemkogi.com), il corso per volontari internazionali presso l’ONG il Celim Bergamo.
In questi anni siamo “diventati grandi”: abbiamo iniziato a lavorare (Elisa come fisioterapista e Daniele nel settore del commercio), ci siamo sposati, sono nati i nostri due bimbi (Irene di 3 anni ed Emanuele di 1), l’impegno in politica locale, nella Caritas… tante cose insomma come molte giovani famiglie, ma ogni tanto il “tarlo ecuadoregno” tornava a farsi sentire. Abbiamo capito che era ora di dargli ascolto e affidarci al Signore per vedere dove questo sogno ci avrebbe portato. Due anni fa il nostro aprirci a questa possibilità ha coinciso (non per caso, ci piace pensare) con l’arrivo di una proposta del Celim e dell’Ufficio Missionario di Bergamo che ci ha entusiasmati e obbligati a tornare a motivare il nostro si.
Di seguito vogliamo condividere con voi alcuni dei mille pensieri emersi in questo periodo.
Da sempre sentiamo di aver ricevuto un surplus di amore e benedizione da Dio che si è manifestato in molti modi: due belle famiglie, una comunità cristiana e cittadina in cui crescere e coltivare relazioni e amicizie vere, due splendidi bambini e non da ultimo la fortuna di poter vivere in modo sereno e dignitoso anche economicamente.
La frase “a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto” (Lc12,48) non è certo una minaccia, l’immagine che ci viene in mente è la manna che, come ci ha fatto riflettere la prima lettura del nostro matrimonio, è un dono di Dio che marcisce se viene accumulata e trattenuta (Esodo 16). Il pensiero che tutto questo bene ricevuto invece di circolare possa marcire ci inquieta un po’; non che l’inquietudine di partire con due bambini e lasciare famiglie, amici e casa sia da meno. In questi mesi le paure hanno bussato alla nostra porta, sappiamo anche che busseranno ancora e per questo siamo grati a Dio di averci dato un sogno grande e degli amici altrettanto grandi con cui condividerlo e alimentarlo. Il sogno che davvero ci possa essere un altro modo di vivere, un modo e un mondo in cui l’uomo, ogni uomo, valga in quanto tale. Don Gnocchi diceva che occorre andare alla ricerca e recuperare tutti i più piccoli frammenti di vita perché anche questi possano lodare Dio; i progetti di promozione umana in cui andremo a lavorare si inseriscono in questa prospettiva. Pur con la consapevolezza che la realizzazione del nostro sogno, senza che vengano modificati alcuni “macro sistemi”, sarà molto difficile, crediamo che essa passi anche attraverso il cambiamento del modo di vivere di ciascuno di noi. Da questa esperienza in terra boliviana speriamo allora di essere educati alla sobrietà e alla condivisione e chissà che vedere e raccontare il mondo dai 2500 metri di Cochabamba possa far maturare in noi e nella nostra comunità pastorale nuovi frutti.
