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a La Paz si discute di “Economia Social y Solidaria”


2011
02.27

Questa settimana, con una ventina di persone che rappresentano diversi gruppi di piccoli e grandi produttori locali, ci siamo riuniti nella splendida cornice che offre la cordillera imbiancata di La Paz per discutere su “tendenze e sfide dell’economia sociale e solidale”.

Il convegno, organizzato grazie all’apporto dell’Universitá dei Paesi Baschi e all’istituto di ricerca basco Hegoa, aveva come obiettivo “lo scambio di esperienze e conoscenze sull’economia sociale e solidale e la generazione di linee guida rilevanti per i programmi e le istituzioni che lavorano sul tema” ( www.economiasolidaria.info )

Pur avendo giá partecipato a vari incontri sul tema dell’E.S. sia organizzati a livello governativo che a livello di movimento, la curiosità questa volta era davvero grande perchè il programma prometteva di sviscerare alcune questioni e soprattutto di conoscere alcune delle migliori esperienze boliviane sul tema. L’altra cosa poi molto interessante era la presenza allo stesso tavolo di ricercatori, dirigenti campesinos, associazioni di produttori e operatori del movimento di E.S.

A differenza di altre occasioni, in cui le mie aspettative sono state in un qualche modo “tradite” dalla povertà degli scambi e degli interventi, in questi giorni ho davvero avuto la possibilità di entrare nel dettaglio di alcune questioni e di capire più a fondo i complessi meccanismi che stanno dando vita a questo movimento che aspira a regole diverse per gli scambi commerciali nel proprio paese.

Divisi in 4 tavoli di lavoro abbiamo cercato innanzitutto di fare il punto della situazione, per poi andare a cercare di ragionare sugli attori di questo tentativo di nuova economia e sul ruolo che ciascuno dovrebbe svolgere per raggiungere i risultati che il movimento di propone. Non voglio qui fare un resoconto dettagliato di tutto il convegno (che chi capisce un po’ di spagnolo potrà trovare sul sito citato sopra) ma semplicemente condividere alcune delle cose che più mi hanno colpito.

Innanzitutto la tenacia di molti dirigenti e rappresentanti del mondo campesino e dei piccoli produttori (soprattutto donne) che negli anni e grazie al supporto di vari programmi di formazione e leadership sono riusciti a portare all’attenzione dei Governi le loro istanze di giustizia, sia partecipativa che distributiva. Poi mi ha colpito positivamente conoscere nel dettaglio i riconoscimenti giuridici che il Governo Morales, attraverso la nuova Costituzione dello Stato Plurinazionale di Bolivia, ha dato all’economia sociale e comunitaria.

Pur nella grande diversità degli attori presenti il clima era assolutamente amichevole e c’era una grande voglia di partecipazione e di ricerca di strumenti per portare avanti con più forza le nostre rivendicazioni.

Passando invece alle cose che il movimento ha individuato come da migliorare, su tutte si può sicuramente citare la scarsa concretizzazione che il Governo ha dato al riconoscimento costituzionale. In tutti gli interventi si è evidenziato come non vi siano ad oggi, dopo 5 anni di Governo Morales, una Ministra che veniva dal movimento di commercio equo e tante aspettative, una legge attuativa e soprattutto una istituzione (che il movimento auspica venga istituita in forma di Vice-Ministero) che possano accompagnare i diversi attori nel cammino di sviluppo delle proprie attività di formazione e che supportino le produzioni locali, comunitarie e solidali.

Un altra cosa che mi ha decisamente lasciato perplesso è stata la visita alla centrale de El Ceibo, storica cooperativa di produttori di cacao che per prima in Bolivia ha iniziato a essere fornitrice del Commercio Equo Europeo e, con il tempo e la forza della cooperazione tra soci, ha effettuato la prima esportazione di prodotti certificati biologici. Nessun dubbio sulla cooperativa, che è modello di sviluppo sostenibile e di grande collaborazione tra i membri, ma sui rapporti che El Ceibo ha con i suoi compratori europei del commercio equo e solidale.

Infatti durante il racconto del presidente della cooperativa mi è apparsa strana l’affermazione che “i produttori si lamentano perchè non riusciamo a pagarli come vorrebbero”. Durante il giro alla fabbrica ho approfittato per chiedere delucidazioni al riguardo, per capire se la lamentela fosse legata alla voglia che molti hanno di possedere di più o se ci fosse qualche problema nelle contrattazioni. E qui sono un po’ caduto dalla pianta quando mi hanno spiegato quanto segue:

il prezzo viene contrattato annualmente e se il valore di mercato scende rimane fisso ma se il valore di mercato sale, anche di molto, non c’è possibilità di rinegoziazione. E fin qui non mi sembra nulla di così strano, visto che il commercio equo non ragiona puramente sul mercato ma considera altri valori. La cosa strana è che gli operatori della cooperativa dicono che a fine anno, in sede di ri-negoziazione, è difficile spuntare un prezzo più alto anche se per un anno il prezzo di mercato è cresciuto notevolmente, arrivando alla conclusione che guadagnerebbero di più vendendo sul mercato tradizionale. Oltre a ciò mi dicono che loro vorrebbero fornire semi-lavorati, sui quali possono guadagnare un po’ di più, ma in Europa vogliono solo la materia prima, in perfetto stile coloniale.

Immagino che la cosa non sia così semplice, e a mio avviso grave, come sembra ed è per questo che mi sono ripromesso di tornare ad affrontare con calma e dati precisi questo delicato argomento. Di sicuro c’è però da parte dei produttori una richiesta di maggiore trasparenza e collaborazione per costruire davvero un modello alternativo.

La cosa che mi lascia dubbi su questo piano di ragionamento è che nel corso dei quattro giorni sia più volte emersa una tendenza, soprattutto da parte dei rappresentanti dei produttori agricoli, di una affannosa ricerca del “massimo profitto”, lasciando a volte in secondo piano le ricadute comunitarie che i progetti di commercio equo dovrebbe avere.

I pionieri del movimento mi dicevano per esempio che a livello governativo sono state più volte respinte le loro istanze, fondate sui principi del commercio equo, perchè <<derivanti da una cultura occidentale di assistenza>>.

In conclusione posso sicuramente dire che sono stati quattro giorni intensi, utili per approfondire la mia conoscenza delle complesse dinamiche interne al movimento di Economia Solidale e per entrare nel concreto dei problemi, spogliandomi un po’ dalla retorica delle regolette teoriche.

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