Archive for maggio, 2010

Cocaland


2010
05.15

Di ritorno dal viaggio in Chapare, qualche mese fa, vi avevamo promesso un approfondimento del mondo “coca e cocaina”… a distanza  di un po’ di tempo cerchiamo di raccontare qualcosa.  Abbiamo avuto modo di chiacchierare dell’argomento con Padre Mauro, missionario bergamasco che per 10 anni ha vissuto in quella regione., alla fine della sua missione in terra boliviana ha condiviso con noi qualche settimana in Condebamba, ci siamo consegnati l’entusiasmo del nostro inizio, il suo rammarico per il rientro in Italia accompagnato dalla bellezza di 12 anni intensi… lo ringraziamo davvero per la sua presenza e per il suo sguardo semplice e disincantato su alcuni temi importanti della vita e della politica qui in Bolivia. Non abbiamo la pretesa di spiegarvi il narcotraffico boliviano, semplicemente vogliamo condividere alcune idee emerse da queste chiacchierate.

Il Chapare, che è  una regione preamazzonica dove il clima caldo umido permette una abbondante coltivazione della pianta di coca, da alcuni anni da piccola regione disabitata è diventata una regione importante che ha subito un fenomeno migratorio: molti campesinos vi si sono trasferiti sfruttando anche l’incentivo governativo per cui ogni abitante riceve e ha diritto di coltivare legalmente a coca un “cato” ovvero un appezzamento di terra.  La coltivazione legale risponderebbe alla preservazione della “cultura tradizionale della foglia di coca dei popoli andini” ma nella realtà è sotto gli occhi di tutti che nessuno possiede solo un “cato” e che la produzione effettuata non risponde solo al bisogno del mercato interno per gli usi tradizionali della coca (da masticare, per gli infusi o per i rituali) ma alimenta il fiorente mercato internazionale della cocaina.La coltivazione della coca garantisce una rendita nettamente superiore a qualsiasi altro coltivo: 3 o 4 raccolti all’anno, poco investimento in mano d’opera e un prezzo di mercato che non ha pari con altri raccolti. Ogni campesino appartiene ad un “sindicato” ovvero ad una organizzazione territoriale che presiede allo svolgimento della vita sociale nelle piccole comunità sparse nella foresta, ma i rappresentanti stessi dei sindicati sanno dove e come si trasforma la foglia della coca nella pasta base da esportare per fare la cocaina. Il metodo di trasformazione prevede l’essiccazione e la triturazione della foglia che poi viene fatta macerare e trattata con alcuni acidi e con la benzina fino ad ottenere la pasta base.: tutto questo si svolge in piccole fabbriche-baracche sperse nella foresta. La pasta base viene poi fatta uscire dal Chapare attraverso i posti di blocco della polizia con vari metodi, dai più fantasiosi ai più orrendi. Appena arrivati qui in Cochabamba era apparsa la notizia che ad un distributore di gas era scoppiata una bombola di una macchina provocando una nube bianca di cocaina che era stata nascosta nel serbatoio, ma molto spesso la pasta viene inserita nei palloncini delle bombe d’acqua che poi vengono fatti ingerire ai trasportatori, a volte anche ai bambini. Tutto questo mercato illegale immette una quantità di denaro nella regione che destabilizza la vita personale e sociale delle persone: gente abituata a vivere con poco si ritrova a poter usare molto denaro e, in forma accelerata, si stanno presentando i problemi della società del benessere. Una scala di valori che si sta capovolgendo dove il possesso dell’auto o del cellulare vale più dell’essere, dello studio, della morale, una società dove si può pensare di comprare tutto, dalla promozione del figlio al silenzio della famiglia di una vittima di stupro… E’ davvero difficile restare ai margini di questo fenomeno, ogni contadino accetta moralmente di lucrare pur sapendo le conseguenze del mercato della droga.   Di fronte a questa situazione che cosa si può fare o che cosa fa il governo? La politica attuale sembra una politica lassista: sotto il motto “coca sì, cocaina no” in realtà si cela un permissivismo che sa di colluso, le rare incursioni in foresta per distruggere le fabbriche non portano nulla se non al trasferimento delle stesse. Una proposta molto pubblicizzata dal Governo è l’impianto di una fabbrica statale di trasformazione della foglia di coca in prodotti di consumo (infusi, biscotti, bevanda gasata al gusto di coca, prodotti per l’igiene) ma il limite di questa iniziativa è il mercato stesso della foglia di coca: il prezzo che pagano i narcotrafficanti è ben più del doppio rispetto a quello che potrebbe pagare la fabbrica. Il tema economico è davvero il centro, tutti i tentativi di soluzione al problema hanno proposto l’incentivo di colture alternative (caffè, banane, arance..) proponendo anche fabbriche di trasformazione per incrementare il mercato: la questione è che nessuna di queste è altrettanto redditizia come la coltivazione della coca e quindi non ha potere attrattivo sui produttori.

Difficile dare soluzioni facili e veloci… stimiamo il lavoro di persone come Padre Mauro che provano a diffondere una cultura della legalità ma ancor prima a mostrare la bellezza di una vita dignitosa e piena  anche sostenendo progetti di scolarizzazione e socializzazione… piccoli semi affidati nelle mani del Padre.

In conclusione vi lasciamo due link  a due siti di amici di Padre Mauro che hanno realizzato un interessante lavoro di documentazione in Chapare: www.cocaland.org (blog con video e racconti) www.photoshelter.com/c/marco_vernaschi/gallery-list (sito con belle foto del Chapare col titolo “BROKEN PROMISES – Bolivia”).

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Disabilità e dintorni


2010
05.09

Eccoci qui in una pigra domenica pomeriggio, così ho un po di tempo per raccontarvi qualcosa.

Qualche giorno fa siamo stati a trovare il Dott. Pietro Gamba nel suo ospedale ad Anzaldo, un piccolo paesino sperso sull’altopiano cochabambino: l’occasione è buona per presentarvi questo testimone appassionato dell’amore di Cristo nel servizio agli altri e per fare qualche riflessione sulla disabilità e dintorni.

Pietro è “il medico dei campesinos” che da vent’anni lavora con passione nell’ospedale da lui fondato per poter assistere la gente di quest’area rurale lontana dai servizi della città: assistenza medica, chirurgica ma soprattutto il tentativo di restituire dignità al malato. Assistenza di alta qualità professionale, un ospedale pulito ed efficiente con il proprio laboratorio di analisi, la possibilità di dare accoglienza ai parenti dei malati che spesso risiedono a molte ore di cammino, l’abitudine di stabilire il compenso in base alle possibilità dell’utente… abbiamo davvero trovato un ambiente professionale e allo stesso tempo umano. Con gioia vi segnalo il link del sito dell’associazione che lo sostiene, vale la pena conoscerlo meglio: www.pietrogambaonlus.org .

Oltre ad essere una visita di conoscenza, Pietro ed io abbiamo approfittato per dare assistenza fisioterapica ad alcune persone seguite in ospedale: Emilio, che cito perchè la sua storia è già nel sito di Pietro, ed altri due pazienti. Con Emilio abbiamo proseguito il lavoro verso l’autonomia già iniziato da altri colleghi, esercizi di potenziamento del tronco e delle braccia, piccoli accorgimenti per vestirsi e svestirsi da solo…. piccole cose per ridargli il gusto di una riabilitazione che procede, di una speranza che si fa concreta! In settimana ho incontrato un altro ragazzo paraplegico, con una lesione molto alta e una storia medica post incidente abbastanza brutta: coma, letto per 3 mesi, rientro a casa senza ausili o aiuti.. lo ho incontrato a 4 mesi dall’incidente, le sue condizioni cliniche non sono ancora stabili ma soprattutto ancora nessuno lo ha accompagnato nel percorso di comprensione e rielaborazione della sua nuova condizione. E’ toccato a me! Parlare di danni permanenti, di disabilità ma anche di possibilità ancora aperte, di impegno e speranza!

Mentre parlavo con lui e con Emilio un po’ mi sentivo inadeguata ma soprattutto a disagio perchè ho chiaro in mente che purtroppo, a parità di disabilità, qui in Bolivia esita un handicap ben più grande che in Italia. Carrozzine standard, vecchie e inadeguate (non esiste una fabbrica in tutta Bolivia) da spingere su strade dissestate, sistema sanitario privo di mutua, una cultura che tende a nascondere il disabile più che integrarlo…. Che futuro ha davanti questo sedicenne?! In un mondo dove la maggior parte dei lavori sono irregolari, piccoli espedienti, piccoli lavori per lo più manuali… quale possibilità di lavoro può avere un disabile? Normalmente succede che rimane in casa, in un letto ad aspettare che passino le giornate, i mesi…

Fatico a parlare di speranza e voglia di farcela davanti a questo ragazzo, intuisco però che anche da piccole vittorie personali possa passare un possibile cambio per questo Paese… l’esperienza ventennale del Dott. Pietro e la sua grinta lo testimoniano con forza.  Elisa

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Cronache da Cochabamba


2010
05.02

Prima di iniziare a raccontarvi ci tengo a ringraziare tutti gli amici che ieri hanno organizzato la Marcia del Kem Kogi, gli oltre 100 partecipanti e la Cooperativa Agricola Cernuscchese che ha offerto il rinfresco. Grazie per farci sentire la vostra vicinanza.

Questo periodo è stato abbastanza pieno di cose da fare e di malanni di casa e così non abbiamo avuto molto tempo per scrivere; però oggi vi voglio raccontare della mia prima visita in carcere assieme a Padre Eugenio e, come mi ricorda giustamente il Kuda, un paio di impressioni sulla conferenza climatica.

Iniziamo da quest’ultima, che si è tenuta la scorsa settimana. In Italia, da quello che ho visto sui siti dei principali quotidiani, probabilmente non si è discusso molto nè prima nè dopo, mentre qui le attese erano davvero alte e i commenti sono stati innumerevoli. Questa conferenza, convocata dal Presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia – Evo Morales – aveva la pretesa di rilanciare il dialogo tra i governi dopo l’insuccesso (dal punto di vista degli impengi presi dai governi) del vertice di Copenaghen e soprattutto voleva fare in modo che le soluzioni ai problemi legati alla conservazione dell’ambiente e ai cambiamenti climatici arrivassero dai paesi più poveri e meno sviluppati.

Purtroppo il livello di serietà della Conferenza è stato drasticamente abbattutto il primo giorno, proprio da un discorso del Presidente Morales. Durante il discorso di apertura, al quale ho assistito per intero, Morales cercando di portare l’attenzione su uno stile di vita meno consumistico e di valorizzare alcuni prodotti tradizionali si è in realtà reso ridicolo con affermazioni tipo: << a Cochabamba gli idraulici quando non sanno come fare a sturare un bagno usano la Coca Cola che, piena di sostanze chimiche, lo libera in pochi minuti>> oppure << in Europa sono tutti calvi perchè mangiano OGM>> o ancora <<mangiare molto pollo, che contiene ormoni femminili, da delle difficoltà nell’orientamento sessuale degli uomini>>.

Io, come molti degli stranieri presenti, ero lì perchè davvero speravo che questo incontro potesse fornire non una soluzione, ma per lo meno una prospettiva nuova invece questo discorso che si è concluso con <<morte al capitalismo!>> mi ha lasciato molto deluso. L’impressione, data anche dagli altri interventi al discorso inaugurale, è stata che si volesse criticare il modello capitalistico senza avere una proposta davvero alternativa da portare.

Io personalmente non ho partecipato a nessun tavolo di lavoro ma ho solo seguito alcune conferenze, anche perchè l’organizzazione è stata davvero scarsa. Il primo giorno la media di attesa per ritare il pass è stata di 4 ore, molti dei seminari sono stati cambiati di orario e di sede senza preavviso e la maggior parte degli incontri iniziavano con almeno mezz’ora di ritardo.

Ritornando al discorso del Presidente, le cronache e tutti i talk show della settimana, sono stati occupati da interventi di esperti pro o contro il fatto che mangiare pollo faccia diventare gay. Anche nelle strade o nei locali della città non si è parlato d’altro per alcuni giorni.

In conclusione io credo che questa Conferenza sia stata un’occasione sprecata. Invece di promuovere un movimento che cerchi davvero un’alternativa al modello capitalistico, che qui in America Latina fa vedere il lato peggiore di se,  Morales ha dato l’impressione di usare questo evento per fare un po’ di campagna politica di bassa lega in suo favore.

Passando invece alla visita in carcere devo dire che è stata un’esperienza molto forte. Vedere con i miei occhi le condizioni in cui vivono 380 persone mi ha colpito molto nonostante fossi preparato a quello che avrei trovato dato che in casa con Padre Eugenio, che si occupa anche di pastorale penitenziaria,a partire dalle notizie dei giornali a volte si parla dei problemi dei detenuti.

Iniziamo dall’ingresso: mentre si va dal revisore, ovvero il poliziotto incaricato di perquisire chi entra, si passa accanto ad una stanzetta 2 per 2 con il tetto che cade a pezzi dove vengono messi i detenuti arrestati il sabato e la domenica o quelli che hanno creato problemi all’interno del carcere. Oggi quando siamo entrati c’erano 2 persone rannicchiate sul pavimento, perchè non c’è il letto, che dormivano.

Entrando quasi ci sale in spalla un ragazzo che stava scendendo dalle celle del “secondo piano”, gabbiette di legno costruite sopra alle celle in muratura, alle quali si accede con delle scalette simili a quelle che ci sono dietro ai camper. Nei corridoi è difficile passare in due e si trova un po’ di tutto; c’è chi si taglia i capelli, ci sono dei negozietti gestiti dai detenuti e al centro del carcere c’è una sala con due televisori, un biliardo e alcuni tavoli per mangiare ciò che si vende nei negozi. Si, proprio così, il mangiare i detenuti lo devono comprare da altri detenuti e lo stato riconosce a ciascuno 0,45 € al giorno che generalmente arrivano con un paio di mesi di ritardo e che servono per un paio di zuppe scarse .

Il cibo però non è l’unica cosa che pagano i detenuti. La corruzione e la violenza diffusa nelle carceri, hanno imposto un regime in cui tutto si paga, a cominciare dal “diritto di suolo”. Quando una persona viene detenuta, i delegati, ovvero i più influenti e più violenti dei detenuti, gli chiedono da 200 a 500 dollari per assegnare una cella. Se uno non può pagare viene lasciato a dormire negli spazi comuni e contemporaneamente costretto a fare pulizie e altri lavori di mantenimento. Chi si ribella viene torturato, violentato o sottoposto a maltrattamenti di ogni genere, ovviamente con la complicità dei poliziotti che prendono una parte dei soldi riscossi dai delegati. Inoltre, come dicevo, tutto si paga, docce e bagni compresi. Capita spesso che i più poveri portino tutta la famiglia in carcere perchè non possono permettersi di pagare la loro permanenza in carcere e anche l’affito di casa. Oggi per esempio hanno portato, mentre eravamo in infermeria, un bimbo di 2 mesi scarsi, che a fatica riusciva a piangere dal tanto che aveva la gola infiammata.

In un ambiente così malsano e violento, è difficile pensare a una riabilitazione dei detenuti. L’unico momento di riflessione è la messa domenicale, Cattolica o Evangelica che sia. Tutte le attività formative sono lasciate alla buona volontà di organizzazioni civili o religiose.

Adesso vi saluto perchè dobbiamo finire di prepararci per andare a cena dal dott. Pietro Gamba, che da vent’anni vive su un altopiano a circa un’ora da Cochabamba e dove ha fondato un ospedale. Prossimamente racconteremo anche la sua storia, che è un esempio di generosità e anche delle assurdità che si vivono in Bolivia.

Daniele

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